Simone Lenzi, La generazione

copertina

Scrivo a caldo di questo libro letto in due giorni e appena terminato. La generazione a cui allude l’autore Simone Lenzi è la tappa finale dell’iter di procreazione assistita. Il solito tema, ma questa volta è lo sguardo maschile a fare da filtro. Ed è interessante, molto. Scatta in me un processo di identificazione strano, in lui e non in lei. Perché quel percorso l’ho sfiorato, d’un soffio, poi il caso ha deciso prima che si iniziasse la somministrazione di ormoni e puff, ora mi ritrovo la biondina morbida e ciarliera. E se ripesco nei ricordi confusi di sei anni fa, ho ben presente fino a che punto – e non oltre – saremmo arrivati per generare.

Mi si accende anche un ricordo. “Ho fatto lo spermiogramma, è tutto a posto”. Non me lo ha detto il mio compagno, ma un conoscente, un tizio che probabilmente mi sentiva tanto amica da farmi una confidenza simile. Nella sua telefonata, della quale avrei anche fatto a meno, ho colto l’urgenza di certificare al mondo che tutto era nella norma. L’autore de La generazione direbbe che da quella confidenza avrei potuto ricostruire il pantheon di quell’uomo. In questo romanzo il protagonista afferma: “Questo mi piace: conoscere le divinità che gli altri adorano, i miti fondanti del loro paradiso terrestre, le credenze che li sostengono“.

Non ha molte certezze questo protagonista, ma una sì: “Penso che se avessi un figlio mi piacerebbe vederlo dormire serenamente“. E mi smuove nel profondo questa frase semplice, perché sta tutto qui secondo me l’essere genitore. Tutto quello che è in più (l’ansia di dare il meglio, l’aspirazione ad una vita felice, protezioni di vario tipo perpetrate a tempo indefinito…) non è amore, ma sono i nostri miseri pantheon.

Bella la figura maschile di questo libro: irrequieto, sfasato, isolato da letture erudite e un po’ casuali, è un uomo protetto dalla sua sedia scomoda di portiere notturno in un albergo. Lavoro scelto, non subito, postazione ideale per esercitare il distacco nei confronti delle “cose sensibili” che muovono tutto il resto del mondo (diurno) in una corsa affannata. 

Credibile anche la descrizione della coppia, costruita su differenze complementari e dipinta con pennellate di tenerezza e intesa dosatissime e perciò significative. A lui spetta il ruolo di novello Ippocrate, di capire e semplificare il lato scientifico di tutta la faccenda. Lei è pratica, determinata, sofferente. Metodica e precisina, si appoggia a lui spesso: “sempre accetta quel che viene da me quando si tratta di parole“, dice lui,  e “devo addormentarle il cervello con le mie chiacchiere. A volte penso mi abbia sposato per questo“.

Ma a parte i dettagli, c’è una differenza sostanziale tra i due: “Io vorrei un figlio, mentre lei un figlio lo vuole“. Fa effetto leggerlo nero su bianco, perché siamo abituati a percepire la coppia tesa alla genitorialità come una monade puntata dritta sull’obiettivo. Ed è l’aspettativa generale, sociale direi, a disegnare questo modello di coppia performante, mentre nella realtà ci sono tante sfumature quante sono le combinazioni tra persone. E ci sono fasi e tempi e consapevolezze che si incastrano, non sono nemmeno certa che ci siano specifici femminili o maschili rispetto al desiderio di procreare. Chi lo sa Simone Lenzi cosa ne pensa? 

Viene citato Ippocrate all’inizio del romanzo e ogni verso corrisponde all’apertura di una sezione:

La vita è breve,

l’arte è lunga,

l’occasione è fuggevole,

l’esperimento è pericoloso,

il giudizio difficile.

Alla chiusura del libro mi pare che non si tratti più solo dell’iter per generare un figlio, ma si parli piuttosto di auto-generarsi come persone compiute nel corso della vita. E dunque la sedentarietà, funzionale all’esercizio del distacco erudito, viene messa in discussione dall’esperienza. E nella pancia di una balena di lusso (la cuccetta di una barca), il protagonista novello Giona trae un giudizio, sia pure con difficoltà e senza la pretesa che sia definitivo: 

Sebbene alla fine nessuno sappia davvero chi dice alzati a chi, è certo che dopo ti pare che tutte le sedie siano diventate scomode, e se devi camminare fino a Ninive, per quanto sia lontana, bisogna che tu ci vada, anche se sei scalzo.”

E una sedia questa cosa è meglio che se la appunti.

Info:

Simone Lenzi 

>Simone Lenzi, La generazione, Ed. Dalai

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HMM

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5 Comments Add yours

  1. anna ha detto:

    lo leggerò.
    una recensione impeccabile.
    davvero toccante, perchè anche di procreazione assistita sembra se ne parli poco, ma in realtà se ne parla molto, ma male.
    grazie.

  2. 'povna ha detto:

    Avevo sentito parlare di questo libro prima della sua pubblicazione (mi avevano chiesto di dare un parere, cosa che poi non si concretizzò). Dopo sono stata lì lì per leggerlo un paio di volte, e ho lasciato stare, per motivi vari. Devo dire che questa recensione mi fa venire voglia di prenderlo in mano, infine!

    1. stimadidanno ha detto:

      io l’ho trovato davvero ben scritto. e delicato, rispettoso. e con un finale aperto, come piace a me. sì sì leggilo e poi dimmi!

  3. Federicasole ha detto:

    Mi piacerebbe leggerlo per avere proprio il punto di vista maschile dopo aver letto due libri sul tema, ma sempre dal punto di vista femminile, ho molte domande e curiosità psicologiche che forse il libro potrebbe saziare!
    Scusami per il ritardo della risposta, Il gruppo di cui ti parlavo è qui:
    https://www.facebook.com/groups/202097643248294/
    a presto!:-)

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