Quella moltitudine di facce

Che cosa hanno in comune un libro di Giuseppe Pontiggia e una performance di Marina Abramovic? Le facce. Facce normalissime, comuni. Le solite. Voi. Noi. Io. Facce che partecipano ad una narrazione. Facce al confine tra il vero e il verosimile, emerse dal fiume della folla più o meno volontariamente e per pochi istanti, per poi ritornare nel flusso del quotidiano. Invenzione e reale si incontrano esattamente a metà, ad ogni emersione.

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Giuseppe Pontiggia, Vite di uomini non illustri, 1993 (nell’ed. riportata la foto di copertina è di Luigi Ghirri)

Qui le facce si devono immaginare, l’autore non si dilunga in descrizioni. Tuttavia i tratti di queste persone sono netti, decisi, si immaginano occhiate volitive, boccucce imbarazzate, mani che si tormentano. Diciotto biografie inventate, diciotto tra uomini e donne raccontati dalla nascita alla morte con stile apparentemente algido, in realtà di una perfidia sottile e comica. Qui si ride ma non si dice, un po’ colpevoli, sommessamente, distintamente. Un sogghignare molto borghese, educato ed ipocrita. Si ride di noi, se si è onesti, perché tratti, meschinità o velleità rientrano uno per volta e in piccola misura nelle nostre vite non illustri e non raccontate, o raccontate malamente su un blog, in una fotografia condivisa su uno dei tanti social, in un cinguettio brillante. I personaggi di Pontiggia, prescelti tra i molti possibili, camminano nel novecento inconsapevoli. Percorrono la vita più o meno convinti, spesso sopravvivono scialbi o alimentano identità inconsistenti che crollano nei momenti decisivi. Sono del tutto credibili nell’antieroismo. Fanno simpatia, più sono tristi e più se ne amano le debolezze. La cattiveria implosa dell’autore, alla fine, li rende teneri e bisognosi di una carezza.

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The Artist is Present, documentario sull’artista Marina Abramovic.

Dal 14 marzo al 31 maggio 2010 durante l’intero orario di apertura giornaliera del MoMA di New York, l’artista serba Marina Abramovic è stata presente per tutti coloro che sono riusciti a prendere parte alla sua performance ma anche per un pubblico folto e costante. La scenografia è inesistente, al centro della scena solo due sedie una di fronte all’altra, per qualche tempo un tavolo in mezzo e poi via anche quello. Da una parte il bellissimo volto della Abramovic, ieratica in un vestito lungo e pesante (ne alterna tre, in realtà: rosso, blu, bianco), lo sguardo fisso, tutto dedicato a chi ha di fronte. Dall’altra persone di tutti i tipi, di tutte le età, sconosciuti e non. Una moltitudine di facce e una gamma incredibilmente varia di emozioni, frutto di una commistione un po’ magica tra relazione con l’artista e specchio di sé.

Tra queste persone, anche un vecchio importantissimo amore di cui parlano sempre tutti, ne ho parlato anch’io qui in un post su Marina, le sedie, gli sguardi. Credo sia proprio la messa in scena di questo riavvicinamento a svelare quanto possa essere pop l’arte della radical Marina Abramovic. Scrivo “messa in scena” non perché pianificato (forse non lo è, dal documentario la faccenda resta ambigua) o finto (la commozione è certamente vera), ma perché l’episodio è avvenuto all’interno di una performance pubblica. Gli ingredienti ci sono tutti: un amore tormentato, i ricordi, le lacrime, un pubblico ad applaudire. Tutto questo, documentato e rivissuto in infiniti passaggi sul web, tocca il cuore delle persone e non si dimentica, è un’immagine potentissima che resterà e a cui forse questa performance dovrà una diffusione particolarmente ampia rispetto al solito pubblico degli eventi artistici.

Potenti sono anche i contrasti che emergono dal documentario. All’interno del MoMa, facce concentrate e scosse da sentimenti profondi. Quelle due sedie una di fronte all’altra, quello sguardo serio e quel silenzio impongono una pausa nella corsa quotidiana, regalando ai fortunati che hanno partecipato alla performance un’esperienza indimenticabile e unica. Dice la Abramovic: “Quando un artista presenta il proprio lavoro, offre un’immagine allo specchio nella quale anche il pubblico può riflettersi, può ritrovarsi. Ma è un viaggio che impone delle regole e una ferrea disciplina per entrambi, perché il compito è estenuante, spesso al limite della sopportazione fisica e psicologica, proprio perché si vanno a toccare tutti i punti nevralgici del corpo e dell’essere, dell’esistere e del pensare” (fonte). Ecco, contemporaneamente a questa pausa incantata il documentario mostra, fuori, la competizione per poter partecipare alla performance. All’esterno, facce tese, isteriche, che svelano ambizioni superficiali. Ci sono code, persone che dormono per strada, mitomani. Gente che vuole il quarto d’ora di celebrità. Problemi di sicurezza. Queste persone si pongono al di sopra dell’artista, non basta loro il patto proposto da quelle due sedie quasi paritarie: sono loro a voler essere presenti e al centro della scena. Sono vite non illustri che cercano di diventare illustri. Miseri che non hanno compreso nulla del significato profondo del lavoro della Abramovic, tutto incentrato sulla relazione e dunque sul rispetto.

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Infine, l’artista e la donna. L’intensità del volto della Abramovic durante la performance è incredibile, quasi sacrale. Il suo sfinimento, il suo bisogno di sottrarsi agli sguardi, quelli diretti e quegli indiretti, sono invece umanissimi. Lei è una di noi, nei sui momenti privati è certamente una vita non illustre. L’immagine più bella del documentario credo sia questa: la donna incredibilmente normale che racconta di aver scoperto lo shopping firmato a Parigi alla fine di un amore tormentato, al termine di una giornata di performance si nasconde sotto il tavolo, distrutta. Non vuole più saperne di occhi e di sedie, ha solo bisogno di stare sola e abbandonata per raccogliere energie. Fuori da lei, però, tutto è ripreso da una telecamera. Perché la donna normale è anche performer e, a sentire chi lavora insieme a lei, lo è sempre. In ogni momento, con qualsiasi gesto. Lei seduce tutti, sempre, perché ama il mondo. 

C’è da chiedersi, per noi vite non illustri che attraverso il web ci esibiamo più o meno consapevolmente  in piccole misere performance pubbliche: emaniamo la stessa sfigata tenerezza degli umanissimi personaggi sbeffeggiati da Pontiggia oppure ci specchiamo nobilmente – con il rischio di imparare qualcosa – nel volto carismatico di Marina, che tutti seduce perché ama il mondo? Quanto il nostro racconto è davvero in relazione con il mondo?

Info:

> Un bell’articolo su D’Ars sul documentario (grazie a Tiziana Rinaldi per la segnalazione) e sul Metodo Abramovich

> il post su Measachair qui

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