Antigraziosa (un ripescaggio)

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Chiacchiere con un’amica e un bel post appena letto mi portano a riprendere una cosa scritta diverso tempo fa sul mio vecchio blog.  La ripropongo perché riguarda temi che se ne stanno lì come un grumo irrisolto. Pace non farò, ne sono sicura, ma è un peccato perdersi l’appunto. Curioso rientrare in Italia anche con il pensiero così, a bomba nelle contraddizioni che ci inseguono ovunque. Fuori e dentro, da turisti e da abitanti, ieri e oggi, nel micro e nel macro.

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Dalle mie parti un agriturismo non è credibile. E’ un prodotto di laboratorio, inventato ad hoc da qualche deluso (dal lavoro, dalla famiglia, dalla città), che crede di farsi quattro soldi proponendo due verdurine ben presentate, tre tortelli agli amaretti dal gusto ambiguo, quattro galline tirate a lucido. Dalle mie parti l’agriturismo è una finta trattoria che ancora deve organizzarsi, con le tovaglie studiatamente rustiche, attrezzi contadini comprati al mercatino, composizioni di fiori secchi un po’ ovunque, mattoni, travi a vista, faretti orientabili, un maneggio annesso. Ci vanno i milanesi, le coppiette, qualche famiglia tradizionale che non esce mai (e che passerà i successivi due mesi a criticare la banalità del cibo proposto), le compagnie di ragazzotti rumorosi, attirati dal prezzo fisso e dalle molte portate. L’agriturismo dalle mie parti è un piccolo set cinematografico che occhieggia alla Toscana, più che alla Pianura. Ci porto G. con lo stesso spirito con cui andrei a Gardaland: per farla divertire in un ambiente di fantasia.

Tutte balle.

La campagna delle mie parti è antigraziosa, anche il dialetto qui non tradisce melodia. Esistono scorci poetici, non lo nego; per carità, è bello il verde tenero dei campi dopo una grande piovuta. Ma la realtà è ben diversa da ciò che vanno cercando i topi di città. Niente simpatici fattori, poche affabili nonnine; c’è una saggezza ruvida e taciturna, piuttosto, ma anche un po’ rassegnata e zittita dal profitto di tempi ormai lontani. Ricordo – anni fa, nipote bambina con uno sguardo dai margini – stalle ad alto tasso tecnologico, mucche sfiancate, pollai conigliere e orti sempre più rari. Armadi pieni di abiti firmati, da sfoggiare solo alle cresime dei nipoti, e scaffali con decine di prodotti Avon poco usati, comprati per non offendere la parente intraprendente. Vite vissute nel tinello, perché il salotto si usava nelle grandi occasioni. Giorni su giorni di finta modestia e di sobrietà imposta dagli spazi condivisi, nuclei familiari composti da giovani monadi rancorose e matriarche anziane che non davano tregua. Pile di Famiglia Cristiana, rubriche con i cartamodelli, ragazzini mai incoraggiati ad incamminarsi verso un paesaggio diverso, anche solo per dare un’occhiata al mondo. Un’occhiata utile a correggere il tiro, a portare un cambiamento di qualsiasi tipo. Macché.

Dalle mie parti la campagna si trattiene e forse non c’è più, è spartana non per scelta ma perché ostentare gioia non è considerato decoroso. Perciò è bella, sì, ma te ne devi accorgere, ci devi lavorare un po’ su, la devi saper guardare e farla svelare. Cercare quello che c’è, se ancora c’è. Che fatica.

Per approfondire: tanti spunti su cibo ed economia in questa intervista su Measachair.

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