La fine dolce dell’estate

Questo strumento [il linguaggio, ndr] potremmo allora usarlo in una dimensione di probabilità, e con un certo stupore, lo stupore che il linguaggio e le storie aggancino ogni volta probabilmente e forse anche misteriosamente, ciò che chiamiamo «la realtà».

Daniele Del Giudice, In questa luce

2

Talvolta lo scrittore può assomigliare a un viaggiatore munito di carta geografica, il quale ricava la propria posizione sottraendola da tutto il resto: se questo è il paese, questo il fiume, questi i campi, queste le case, e se avrò descritto con esattezza ogni cosa, allora io non posso essere che qui: «io» non è altro che il punto mutevole, risultato di una relazione con tutti gli altri, sul quale di volta in volta metto il dito.

 Daniele Del Giudice, In questa luce

4

E dato che come osservatore moderno non sono disgiunto dalla cosa osservata e che nel mio campo visivo rientrano non soltanto le cose ma anche le immagini mentali delle cose, le raffigurazioni delle cose, forse posso descrivere un determinato oggetto, un determinato luogo, una determinata situazione sovrapponendo istantaneamente sia la sua immagine reale (cercando di farlo nel modo piú preciso e significativo) sia quella ricavata da una percezione non immediatamente sensibile, come appunto linee di tensione, traiettorie, elementi di movimento nello spazio, di forma nello spazio, che pure costituiscono la natura di ciò che voglio descrivere. Insomma, si tratta di percepire l’esterno (e questa percezione-rappresentazione, come ho detto all’inizio, è costitutiva anche della mia interiorità) nella sua natura almeno doppia, come è quella della luce, di forma perfettamente definita – quella forma, non un’altra – e di forza diffusa, di onda e di particella. Si tratta di rappresentare attraverso il massimo della precisione, il massimo della definizione, ciò che è indefinitamente movimento; di arrivare, attraverso la descrizione, a un’immagine di forma fluente, rappresentazione dell’interno e dell’esterno.

Daniele Del Giudice, In questa luce

5

Credo che verrà lasciata al di qua la letteratura che vive chiusa in se stessa, denigrandosi o celebrandosi, che non vive dell’inquieto, che non è conoscenza ed esperienza radicale del proprio tempo; che non sa farsi penetrare dagli altri linguaggi e dalla realtà; che non ha curiosità per il proprio cliente nuovo, inteso come soggetto, personaggio, portatore di un handicap sociale o di un proprio immaginario, guasto o sano che sia; la letteratura che non narra la diversa, inevitabilmente diversa percezione del proprio tempo. Resterà al di qua ogni narrazione che sente e pensa ancora «per due», cioè per termini opposti: caos e ordine, volgare e sublime, concreto e astratto, sentimentale e intellettuale, vecchio e nuovo, comico e tragico, che non afferra la consustanzialità degli opposti, indivisibili, e non trae energia dal campo di forze e di mistero che proprio per tale compresenza si genera.

Daniele Del Giudice, In questa luce

1

Resto qua, imperturbabile per gioco, e rimugino tutta questa bellezza.

Annunci

2 Comments Add yours

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...