Incipit, tempo, un po’ di fatti miei

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Non scriverò una recensione di In questa luce di Daniele Del Giudice. Perché quando si ha a che fare con una scrittura tecnica e visionaria insieme, esatta ed evocativa, intellettuale nei temi eppure così aderente alla realtà fisica degli oggetti, ecco, se permettete io ora mi faccio scrupoli anche a mettere insieme su un foglio la lista della spesa.

Piuttosto, e con una certa faccia tosta, dirò di questo libro che è principalmente una raccolta di saggi, alcuni inediti alcuni già apparsi, in cui si toccano temi a me cari: lo sguardo, l’aderenza al reale e, contemporaneamente, l’inseguimento dell’inespresso, la lotta con il linguaggio, il filtro degli apparati tecnici sul mondo, la percezione dell’ambiente, la luce e l’ombra non in opposizione ma in compresenza. E poi ancora gli echi di Calvino, quello più cerebrale, e la concretezza fredda degli oggetti e della scienza, la riflessione sulla letteratura tradotta, l’elaborazione di un’etica dello scrittore.

Sottolineo e rimugino, misuro la mia ignoranza, aggiungo libri alla lista dei desideri, ma soprattutto ritrovo un filo, mi ritrovo. Sì, perché con Del Giudice mi riallaccio ad una ragazzetta che per vari motivi sta riapparendo nella mia memoria. Ora stacco l’ombra da terra con un capriolino sbirulo e vi racconto un po’ questa mia faccenda dell’ombra, per grandi linee, tanto nessuno lo andrà a dire a quel signore veneziano, vero?, nessuno andrà a spifferargli che utilizzo le sue parole per parlare di me o di come vedo e non so esprimere?

Inizio, dunque. Cent’anni fa assistevo ad una lezione universitaria. Aula ampia, mediamente piena, finestroni. Ero arrivata di corsa, la fida amica Antonella mi aveva tenuto il posto e, acuta ma non troppo, aveva notato qualcosa. Hai gli occhi che ridono, mi dice. Venendo qui ho incontrato uno che ho conosciuto una sera, spiego togliendomi il cappottone blu, ci siamo fermati a parlare, è strano. Il tipo quel giorno mi aveva fatto notare con dolcezza divertita che avevo i denti un poco segnati dal rossetto e poi, dopo un certo tempo (erano fine settimana, o anni, non ricordo) e varie evoluzioni, mi sposò. L’amica Antonella ci aveva azzeccato, insomma, senza che ce ne rendessimo conto.

Quella mattina luminosa il professore ci parlava del suo libro Ombre sintetiche, un saggio di teoria dell’immagine elettronica, ci parlava di flâneur, di rete (erano i primi anni novanta!), di simulacri. Nominava, anche, uno scrittore che conosceva personalmente. Era Daniele Del Giudice e aveva scritto un libro dal titolo bellissimo, Staccando l’ombra da terra. Che non è altro che l’attimo – perché è un momento preciso, un tlac che scatta, un tempo digitale e puntuale che segna un prima e un dopo, non il continuum del tempo percepibile, analogico – in cui l’aereo si alza in volo. O sei giù o sei su. Lo dico subito, il libro l’ho letto e non me lo ricordo affatto e non ho mai più letto niente di Del Giudice fino a quest’ultima raccolta. Ma da allora quell’espressione mi torna sempre ad ogni viaggio, ad ogni partenza. Mi dà un senso di libertà e rischio, di novità con esito felice. E’ un’espressione che ho fatto mia e che segna molti momenti salienti, le molte vite che sento di aver vissuto da allora, da quando quest’idea di incipit si è tradotta in ombra che si stacca dalla solidità. Sono i momenti di nascite e ri-nascite, l’andamento sinusoidale del mio tempo, le aperture di senso e il coraggio di essere sbilenca.

Ma torniamo alle ombre più o meno sintetiche del professore. Potrei dire pomposamente, se non temessi di essere ridicola, che razzolo nel web per verificare sul campo ciò che ho studiato. Chi se la beve? Razzolo e mi diverto, ruzzolo e mi evolvo, mi vanto di un nobile imprinting ma perdo tempo, altroché. E insomma, per farla breve, ombra e luce erano l’espediente su cui si reggeva il vecchio blog con tutto quel parlare di tai chi e yoga, yin e yang. Espedienti esili, da ridere, roba senza pretese. C’era l’urgenza di cacciar fuori, di dare una forma alla confusione inespressa, di far testo facendo rete. C’è molto più relax invece ora, qui All’ombra. Niente di oscuro da stanare, semmai un tempo calmo durante il quale guardare meglio, senz’ansia di giudizio e nemmeno di socializzazione. Wasting time.

Ne è passato di tempo: da quella lezione universitaria, dal primo post…

Riguarda proprio il tempo il bel racconto di Del Giudice che spicca tra i testi di natura saggistica di In questa luce. Si intitola I mercanti del tempo e inizia così:

Rabat, Marocco, seconda settimana d’autunno Ieri per la prima volta ho assistito a una transazione commerciale riguardante il tempo. O meglio credo di aver percepito un commercio di tal genere in un negozietto, un bugigattolo sul versante occidentale della Medina cui si accede dalla rue des Consuls; intendo riferirmi con ciò alla mia personale sensazione d’aver assistito al semplice evento di un uomo che vendeva tempo a un altro uomo. Ho visto il giovane calzolaio indicare un qualche ordine di grandezza con le dita, ho visto l’anziano entrato nella bottega che pagava senza ricevere alcunché in contropartita. Il mio arabo, già fragile, prescinde dalla scrittura, è un arabo parlato, fonetico e non scritto, da me appreso come suoni e come suoni restituito. Dunque non è detto che le parole che mi è sembrato di cogliere, e che trascriverei zaman, ishtara, cioè “tempo” e “comperare”, stessero insieme e siano proprio quelle che il giovane e il vecchio si sono scambiati prima che l’uno scambiasse con l’altro soldi contro nulla.

Sarei tentata di riassumere, non lo farò. Dico solo che si parla di nascita. Mercanti del tempo è pubblicato interamente qui.

Info:

> Mercanti del tempo: qui.

> una bella recensione: Laura Atie su Doppiozero 

> la citazione su measachair

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