Sit down and have a break

(grazie a Daniela ripesco un post del vecchio blog in cui racconto parte della mia vita attraverso le pause pranzo. il chissenefrega è ammesso e tollerato)

Anni novanta, voce tonante nel baretto dell’università: ‘Speck e brieeeeeeeeeee’, timbro profondo e pastoso. Tra lui e noi – noi basse – la vetrinetta stipata di panini. Il paninaro non vedeva la nostra faccia, solo la mano. Speck e brie era il più richiesto, direi il 50% degli ordini, e nell’ora di punta noi basse si poteva osare la furbata: intrufolarsi nella calca, allungare la mano con lo scontrino, leggiadro saltino e ooooppp, si agguantava il primo speck e brie che capitava a tiro con faccia angelica. Si risparmiavano quei dieci minuti di fila anarchica, buoni per il cazzeggio. O per questo.

Il primo lavoro l’ho trovato nella mia città, a duecento metri da casa. Quella volta che mia mamma mi ha cucinato le triglie, ma quante lische hanno le triglie? non esiste che rientro in ritardo… Allora le pause pranzo fuori casa erano eccezioni, sempre legate alle trasferte con il capo. Lui mi parlava dei Punkreas per dimostrarmi di essere ggggiovane, io mentalmente “Si ok, ma quando mi assumi?”.

Il primo lavoro in città, le prime pause con i colleghi. Locale convenzionato figo, cucina creativa improbabile, quel po’ di vippume ai tempi del Grande Fratello 1. I fondi del bicchiere della Milano da bere, che imbarazzo, che disagio. Oppure la pizza alta, doppia mozzarella, che non l’ho ancora capito se è una tipicità milanese o se c’è anche in altre città: croccante sotto, soffice sopra, salata, buona, mai più smaltibile. Porta ai dialoghi nonsense. Ogni tanto ci vuole.

Il secondo lavoro milanese, in centro, posizione strategica. I bar anonimi da impiegati, i decibel di un concerto, il collega che rischiava di strozzarsi con la cocacola ad ogni battuta – ancora me lo rinfaccia.

Ogni tanto una corsa al McDonald, appuntamento con l’ex compagna di università, per accorgerci che in pochi anni eravamo già agli antipodi. Lei ci credeva ancora molto, io non ci credevo da tempo. C’è stato un periodo di incontri con M. per fare il punto, decidere per il meglio, rincuorarsi, il tempo a casa non ci bastava. E le riunioni con il catering e l’apoteosi della rappresentanza, i pranzi aziendali con il sorriso tirato ad ascoltare l’aneddoto di chi ha avuto fasti gloriosi e non si rassegna al declino.

Il trasferimento in periferia, quel tipo di periferia . Le domande delle colleghe: “Ma tu quando lo fai un bambino?”. Vado a farmi una lampada, va’. Voi andate, mi mangio una barretta, ci vediamo dopo. Oppure riso patate e cozze in sala riunioni per fare team building, ma ormai era decisamente tardi per risollevare gli animi. Ho scartato tutte le cozze.

A casa con G., il giro delle mamme, sushi takeaway e allattamento, la Clerici in sottofondo, gli avanzi del passato di verdura mentre inviavo i cv, quanti cv, il lavoro oggi si trova su intenet!… stellina, lei dormiva e io allenavo la pazienza. Forse è servito anche quello, forse non è stato tempo buttato.

E ora qui in zona asettica, pochissimi bar presi d’assalto. Ufficialmente una pausa di mezz’ora, una mezz’ora un po’ elastica quando è il turno del parrucchiere. Una mezz’ora che mi fa guadagnare un sacco di tempo con mia figlia. La schiscetta, l’arrosto della suocera, sushi delivery per premiarsi, la torta salata da rianimare con il malefico fornetto, il botteghino della focaccia per trasgredire: tutto è sbocconcellato leggendo blog.

L’altro giorno M., che era in vacanza, è arrivato in questa landa desolata per pranzare con me. Avere un appuntamento con il proprio marito non è mica una cosa da tutti i giorni eh! Ci è toccato il bar affollato, quello dove si ordina direttamente all’omino dei panini dietro la vetrina. Mi sono fatta largo tra uomini spartani, pratici, occhio e croce dei tecnici direi. E mi è partita la madeleine dello speck e brie.

Mi ha risvegliato l’omino, gentile: “Signora desidera?”. “Duepiadinefaccialei”. Mentalmente: una per me e una per il mio moroso. E nessuna cosa per cui rincuorarci, e così tanto rumore e così tante parole nostre che il sottofondo musicale – se c’era – non l’ho proprio avvertito. Quindi ce lo metto adesso (la traduzione, qui).

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