Il volto del 900, annessi, connessi

Una ragazza con il vestito rosso spicca in piazza del Duomo. Impossibile far finta di niente. La fotografa un’amica e lei fa pose da modella, si atteggia un po’, si divertono le due. Ridono. Quegli scatti non resteranno privati. Me li immagino su fb, su un blog, magari su un fashon blog. Esibizionismo? Piano con i (pre)giudizi, che qui siamo tutti immersi in un immenso set.

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Eravamo diretti alla mostra Il volto del 900. Per chi non c’è stato consiglio di aprire il link, anche se molte pagine non funzionano, e di andarci se c’è la possibilità. Cito dal pannello introduttivo:

Il volto è collegato al sacro: decostruirlo può assumere una dimensione sacrilega. Il XX secolo produrrà così numerosi e memorabili ritratti, alcuni dei quali sono diventati autentiche icone del ’900. Il soggetto trasfigurato consacra un io dilagante che assume in questo modo una portata universale.
Cubista, futurista o surrealista, il ritratto è un manifesto estetico; per questo non sembra mai allontanarsi completamente dai suoi obblighi nei confronti del modello. La sembianza trascende la forma; l’allontanamento dalla figurazione è di fatto una trasfigurazione. Quando arriva la disillusione della Storia, il ritratto porta in sé, tutte insieme, la violenza, la barbarie e la tragedia dell’umanità contemporanea.

Non appaia sacrilego se riscontro in quello che accade oggi una certa continuità. Penso inevitabilmente a quanto ci facciamo (mi faccio) a pezzi sul web, al gioco di specchi, di sguardi e di ricostruzioni ambigue che tutto ciò innesca. Ne risultano inevitabilmente immagini sfuocate e fraintendibili, che partono con un’intenzione (condividere, promuoversi, mettersi in scena…) e vengono decodificate nel modo più vario.

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Nella continua aturorappresentazione finisce che siamo come il secolo che ci precede: complicati. L’iperconnessione in fondo non ci salva, non ci condanna, non ci fa evolvere: ci rende semplicemente tutti dei gran ritratti complessi, immagini leggibili in molti modi contemporaneamente. Siamo un po’ quello che siamo ed anche quello che vorremmo essere. Grotteschi a volte. E buffoni. Introspettivi e bipolari o banalmente malinconici. Surreali o solo confusi. In dialogo o soli, ancora più soli perché nella folla.

Accade a volte che ci accorgiamo di come ci vedono gli altri e ci stupiamo. Ci turbiamo, perché crollano alcune certezze e limiti e si aprono nuove possibilità.

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Per non smentirmi, dopo la sbornia di ritratti non resisto all’autoritratto da bimbaminkia dentro lo specchio del Sant Ambroeus. O mangio quei marron glacé in vetrina (tutti) o faccio la scema e diramo in rete. Meglio la scema, dai. Portate pazienza.

> parlo di questa mostra anche su Measachair

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