Simona Guerra, Bianco e Oscuro. Storia di panico e fotografia

ph. Giovanni Marrozzini, Ospedale psichiatrico di Elbasan, 2009

Narrativa, fotografia. Fiction, realtà. Italia, Albania.
Alma vive nella bolla protettiva di un lavoro d’archivio, tutto il giorno analizza le vecchie fotografie che costituiscono il patrimonio storico di una casa di riposo per artisti. Soffre di attacchi di panico e sembra sospesa in quel luogo nello spazio e nel tempo, per proteggersi. L’unico suo contatto con la realtà del presente è un fotografo con cui interagisce via chat, un reporter impegnato a documentare le condizioni di un manicomio in Albania.
E’ un curioso intreccio quello delle parole di Simona Guerra con le immagini di Giovanni Marrozzini, curioso perché il testo non è commento all’immagine come normalmente avviene nelle pubblicazioni, né l’immagine è direttamente collegata ed esplicativa rispetto alla narrazione. Ma c’è un legame sottile, sottile ed inquieto, tra l’efficace descrizione del panico della protagonista e le fotografie del manicomio albanese: è il confine instabile tra normalità e malattia mentale, tra l’avere una vita (vera) e il vivere (ri)chiusi. Le immagini rimbalzano sul testo domande, in continuazione: Alma, con i suo attacchi di panico, è pazza? La sua è vita o reclusione (“Catalogavo la vita degli altri, senza vivere più la mia”)? Dal panico si guarisce? E chi non guarisce?
Alma non è immobile, in realtà, la sua testa si muove eccome alla ricerca di spiragli. Il fotografo, ad esempio, è una bella figura che porta lucidità nel suo percorso e lo fa con onestà, rifiutando in ogni modo il ruolo di eroe romantico. Anche lui è fragile.
Ma è con le sue forze che Alma riesce a togliersi il “mantello scuro” (così definisce il panico). 
La sua storia si specchia in un’altra storia, in una donna che viene dal passato e che lei incontra dapprima immersa nella nebbia e poi sempre più nitida, emergente da fotografie e diari consunti. La luce arriva attraverso questo percorso di conoscenza, questo uscire da sé per ridare dignità ad un’altra donna. Ed è così che parole e fotografia, parigrado, diventano terapia. 

Cito da uno dei dialoghi tra la protagonista e il fotografo:

– Il fatto che sia qui; questi incontri… forse vuol dire che non devo abbandonarmi mai a vedere fuori fuoco, che devo scattare sempre nel verso giusto. Che devo dare un grosso valore alle persone che incontro. Solo così non diverrò veramente cieco.
Ragionai un istante sul senso di quelle parole e gli domandai:
– Ovvero? Perdere la vista=fotografare le cose sbagliate?
– No. Perdere la vista=fotografare le cose “in maniera sbagliata”. Cieco è colui che non vede con il cuore. Questo intendo.

Un libro ben scritto, decisamente interessante e non solo per il tema portante, gli attacchi di panico, di cui non conoscevo niente. Seduta in un ufficio isolato, uno schermo come unica finestra sul mondo per buona parte della giornata, mi interrogo sui limiti – su quanto siano reali e quanto autoimposti – e rifletto sulla cecità emotiva…

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Info:

> intervista a Simona Guerra su Measachair

Simona Guerra, Bianco e Oscuro. Storia di panico e fotografia

www.simonaguerra.com

www.marrozzini.com

 

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