La colleganza e gli incontri in metro

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C’è una generazione, mi raccontano, che ha vissuto la curiosa sensazione del “lavoro di tutta una vita”. Quella generazione considera gli ex colleghi come parenti, accettando con rassegnato affetto o acquietato disprezzo i limiti caratteriali e le piccole meschinità.  La frequentazione con il vicino di scrivania – o di torchio, o di rotativa – si era talmente protratta nel tempo quotidiano che era quasi come un matrimonio o una parentela, si litigava e si faceva pace, si sapeva tutto anche più del dovuto, persino l’odio covato diventava per maturazione una parte accettata, una certezza su cui fare affidamento nei momenti di noia. Ora da vecchi, al circolo dei pensionati, quegli ex colleghi si vogliono tutti bene, parlano di nipotini, piangono chi muore.

Io gli ex colleghi non me li ricordo nemmeno più tutti. Alcuni sì, ma vagamente e in modo spesso caricaturale, altri sono stati apparizioni talmente fugaci o avevano uno spessore umano o professionale così evanescente che chissà, forse me li sono solo immaginati. Io stessa senza dubbio non sono stata altro che un’eccentrica spaesata nel ricordo di alcuni di loro e non me ne faccio un cruccio, non mi è mai interessato giocare all’incompresa. Restano i pochi con cui ho portato a termine qualche progetto che non fosse solo tanto sforzo e poca sostanza, restano i ragionamenti e le risate, gli sfottò e le pause pranzo. Quello resta e davvero – salvo luminosa eccezione – poco più, l’amicizia è altra cosa. Gli ex colleghi sono un numero uncountable per chi, come me, si è seduto su un buon numero di sedie con le rotelline e i braccioli.

Si diventa tutti come palombari, noi, ci si abitua all’assetto corazzato per poter sopravvivere, per non affezionarsi, per non andare oltre. Sappiamo bene che il cambiamento è dietro l’angolo, che anche tra persone che si trovano simpatiche ci si sorprenderà in competizione per qualche compito ridicolo. I più temerari oseranno cogliere qualche opportunità e si allontaneranno e ci si perderà; gli sfortunati se ne andranno controvoglia o costretti e ci si perderà; chi resta sbuffa, s’accascia nell’umore e nelle speranze, diventa apatico. E ci si perde ogni giorno, anche se c’è la battuta, nonostante il panino e il caffè condivisi. La vita è altrove, ci si racconta, e intanto otto ore della nostra giornata sono vissute così, con la muta e il casco, protetti da che?

Ma c’è chi prova a restare umano. Questa mattina spiavo due uomini in metropolitana. Uno giovanissimo, cicciotto, insicuro. L’altro più maturo, abbigliamento ordinario, una bella faccia con gli occhi tanto stanchi da uno che pensa troppo e dorme poco. Si capiva che erano stati colleghi, tempo fa, e si rivedevano con piacere. Il maturo chiedeva all’altro aggiornamenti. Si ricordava tutto, faceva domande per aggiungere dettagli al suo quadro – e la morosa? ah ti ha lasciato lei? un altro? ah, menomale no. ma vi vedete ancora? -. Più giovane del dovuto, si comportava da padre e si vedeva che era un affetto sincero. Il giovane, contento di essere stato visto, di essere esistito e di contare (tuttora!) almeno per una persona tra tutte quelle con cui era stato a contatto nel suo ridicolo cursus lavorativo privo di qualsiasi appeal, ecco, quel giovane raccontava e raccontava e raccontava e raccontava e raccontava…

Poi sono scesa dalla metro e mi sono rimessa il casco. Faceva freschino, ho chiuso bene gli oblò.

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Carlo Sbisà

Il palombaro

immagine da qui

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. stimadidanno ha detto:

    eh ma quel casco potrebbe anche essere un buon contenitore per farfalle… pensaci!

  2. Robin :D ha detto:

    Quanti pensieri!
    Mi rimetto il casco anche io e torno dentro.

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