E trallallà! (sragionando sulle parole)

Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.

Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!

da A. Palazzeschi,
E lasciatemi divertire

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Una cammina per Milano e trova parole sui muri. Parole strutturate, suppergiù, almeno nell’intenzione. Poesia? Boh, non è che mi interessi la questione. Certo mi fermo e leggo, non posso farne a meno, e registro il fenomeno di questi contropoeti. Poi ci sono i contro-contropoeti. Registro anche questo, di fenomeno. La sovrapposizione di tutta questa seriosità mi fa molto ridere, ci si deve ritenere molto bravi nell’uso e sinceri nei sentimenti sia per dirsi poeti che per giudicare le parole di altri.

Io non mi ci metto proprio, ho la coscienza sporca e forme di espressività molto approssimative. Leggo qua e là, penso, trattengo le parole-verità (pochissime!) che mi sono utili. Le custodisco il più delle volte in silenzio, ne ho come un rispetto fisico, le ripongo con attenzione come tesori e le condivido con pochissime persone. A volte non c’è nemmeno bisogno di parlare, funziona benissimo la telepatia. Ogni tanto apro il cassetto e rimiro, ma chiudo subito intimorita come una bambina. Una bambina grata all’arte, qualsiasi forma assuma. Vertigine e inquietudine degli assoluti.

Poi ci sono le parole-gioco, quelle che si usano tutti i giorni. E allora lì no, non ho nessun pudore. Con le parole-gioco si esplorano il mondo e la vita, i limiti e gli affetti, le paure e i trionfi. E si sbaglia! E si ride! E si prova! In questo spirito sono nati il blog Haiku seduti sotto la luna e le filastrocche di Mi ci siedo e trallallà.

Ah, come si sta comodi seduti nella Bottega delle Favole! Il progetto è molto interessante, si tratta di raccogliere e condividere quel patrimonio narrativo e affettivo che normalmente resta chiuso nelle case e nelle camerette. Sono parole di famiglia, fili narrativi sgangherati – forse -, rime scontate o stonate – magari, tuttavia suoni che curano con la dolcezza ancora prima che con il significato. Byte e audio, sono la voce e i gesti (immaginati) a contare, qui, e la voglia di inventare insieme. La Bottega delle favole mette in luce che quell’uso lì della parola, quello ludico, affettivo e senza pretese artistiche, è un enorme potenziale presente in ogni casa, messo in scena quotidianamente da genitori, nonni, zii, bambini. Le favole e le filastrocche di famiglia curano e amano, fanno un gran bene.

Ogni forma narrativa condivisa, in realtà, può essere cura e amore. A volte seguo in rete  le riflessioni sulla letteratura per l’infanzia, sull’importanza di proporre opere di qualità ai bambini piuttosto che prodotti commerciali piatti e sciatti. Peppa Pig pare diventata il nuovo nemico da abbattere. Tutto ciò mi fa sorridere quanto i commenti dei contro-contropoeti fotografati all’inizio di questo post. Mi fa sorridere e mi annoia un po’ questo essere paladini dei capolavori a tutti i costi (e mi ci svuoto il portafoglio con i capolavori, intendiamoci!), perché mi pare si perda spesso di vista il punto: i bambini veri, quelli che si lasciano incantare dalle animatrici dei compleanni da McDonald’s, per intenderci. E’ la relazione adulto-bambino a contare, molto più dello strumento proposto. Ben venga un papà che ride con suo figlio davanti alla tv, beccandosi l’ennesima puntata della Pucca, piuttosto che un nonno perplesso costretto dalla figlia a leggere un bellissimo e criptico albo illustrato. Nonno, accantona l’albo intellettuale, se non ti coinvolge, e inizia a raccontare! Lo stesso meraviglioso albo sarà ripreso in un altro contesto, in un’altra atmosfera, o il bambino finirà per odiare i libri che non capisce al primo impatto.

Concludo proponendo un’altra fotografia rubata in giro per Milano. Questa volta è stata scattata non per strada ma sul tram: una nonna e un bambino (ho oscurato i volti, trattandosi di fotografia rubata) leggono una guida turistica. Il bambino pende dalle labbra della nonna, domanda, è incantato e immagina mondi lontani. La scena, la postura, la magia di quel momento erano irresistibili. Quelle erano parole-buone, ne ho la certezza.

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Mi torna in mente la frase di un libro che ho molto utilizzato ai tempi dell’Università e mi ritrovo a pensare che la vita batte sempre la letteratura, sempre. Ecco la frase:

L’espressione orale promuove un senso di continuità con la vita, un senso di partecipazione, perché essa partecipa alla vita. La scrittura e la stampa, nonostante il loro valore intrinseco, hanno oscurato la natura della parola e del pensiero stesso perché hanno allontanato la parola fondamentalmente partecipe del suo ambiente naturale, il suono, e l’hanno assimilata a un segno su una superficie, dove una parola reale non può in alcun modo esistere.

Walter J. Ong,
Interfacce della parola

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. stimadidanno ha detto:

    no no, non buttiamola. “consapevolmente”, per esempio, è nel mio primo cassetto. grazie di essere passato e benvenuto!

  2. luca808 ha detto:

    mi piacciono le foto (lo scambio è un dialogo sul muro, e proprio nella sua assurdità graffita diventa poetico) e le riflessioni (compreso il reverendo Ong) – ma non gettiamo la parola scritta: con tutti i suoi difetti il messaggio in bottiglia è universale, e come Apollo – ekatonbolon – è un vettore che coglie lontano. Quindi viva il lallismo vivo, e viva pure la parola morta. Viva ciò che è, se consapevolmente.

  3. Marzia ha detto:

    Certo che le parole e le contro-parole ti vengono proprio a cercare!
    Meglio le parole-gioco-buone che fanno bene a tutti, sia a chi le racconta sia a chi le ascolta.
    Stai facendo proprio parole-belle, brava! 🙂

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