Alien

Dev’essere per tutta questa umidità. O per l’inquinamento, sì, forse per l’inquinamento. O per l’inquinamento che sporca la pioggia e contamina, benedetto da lampi e tuoni. Insomma ieri sera mi sentivo strana, sul mio divano, laptop in equilibrio sulle ginocchia e le solite cinque, sei finestre aperte. Strana, cioè davvero bene. Silenzio totale, luce giusta, qualche mugolio corale proveniente da fuori chissà poi perché. Strana, cioè tranquilla. Io tranquilla, dunque strana. Silenzio fuori e silenzio dentro, oserei dire il vuoto, dentro. Poi all’improvviso è entrato.  Senza scasso (!), con l’aria come se fosse la cosa più normale di questo mondo (!), si è introdotto in casa mia quest’uomo in polo blu e senza salutare mi ha chiesto “A quanto sono?”. Non ho avuto reazioni, non ho smosso nemmeno il mio famoso sopracciglio sinistro. Le domande si affastellavano veloci come gocce di pioggia arrabbiate: chi è costui, chi gli ha dato le chiavi, in che lingua parla? E poi: sarà pericoloso? sarà vero o me lo sto solo immaginando? L’uomo – tale mi sembrava, anche se non avevo ancora approfondito – è sembrato stranirsi di riflesso per la mia passività e ha deciso di non insistere, non nell’immediato almeno. Ha appoggiato con calma una ventiquattrore sulla sedia, destandomi ulteriore ansia, e ha cominciato ad esplorare la casa. Sapeva muoversi ostentando una certa sicurezza, questo devo riconoscerlo, era uno in grado di adattarsi subito agli ambienti. Fisiologicamente era come noi, perché ha fatto pipì. E’ rientrato in soggiorno in déshabillé come se fosse a casa sua ed ha acceso il televisore. Dentro c’erano uomini su uno sfondo verde, si trascinavano, facevano smorfie, in sottofondo altri uomini si esprimevano in una lingua a me sconosciuta senza oscillazioni di tono. Povero il paese dove si parla questa lingua, ho pensato. Poi mi sono addormentata. Mi sono risvegliata e lo sconosciuto ha provato di nuovo a parlarmi. Lo faceva in modo gentile, così mi sembrava, coglievo buona fede in lui e non so, forse una certa tenerezza. Purtuttavia la questione linguistica era insormontabile. I costrutti mi dicevano qualcosa, ma erano i termini sconosciuti a confondermi e questa faccenda iniziava ad innervosirmi, come se mi stesse sottoponendo ad una supercazzola immeritata. Ma era gentile e aveva occhi buoni, qualcosa mi diceva di fidarmi. Ho deciso di adottare una strategia, avrei sorriso e annuito. Oh, come l’ho fatto felice da quel momento! Lui parlava parlava parlava, un po’ agli uomini del televisore – che nel frattempo erano cambiati, tutti seduti e anche loro parlavano, parlavano, parlavano –  e un po’ a me, accalorandosi e accarezzandomi il piede che nel frattempo gli avevo allungato poiché avevo cambiato posizione.  Un po’ mi sono rilassata, ma solo un po’, ed ho ripreso a dar retta al mio pc. Ogni tanto lo guardavo di sottecchi, lo sconosciuto in mutande sul mio divano, e devo dire che non era male. Le gambe, soprattutto le gambe…
Ho deciso di tenerlo in prova per un po’.
Questa mattina ci siamo svegliati e pioveva, pioveva di nuovo.

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immagine da qui

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