Annie Ernaux, Il posto, ed. Orma

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Racconto autobiografico spiazzante e bellissimo per eccesso di sincerità, è il resoconto della piccola vita non illustre di un omino della provincia francese nelle parole apparentemente fredde della figlia, ormai diversa per status sociale, cultura e sensibilità. L’asciuttezza del racconto non è solo scelta stilistica ma codice familiare:

Naturalmente, nessuna gioia di scrivere, in questa impresa in cui mi attengo più che posso a parole e frasi sentite davvero, talvolta sottolineandole con dei corsivi. Non per indicare al lettore un doppio senso e offrirgli così il piacere di una complicità, che respingo invece in tutte le forme che può prendere, nostalgia, patetismo o derisione. Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre, in cui anch’io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un’altra.

L’ambiente piccolo(piccolissimo)-borghese lascerebbe presupporre un certo andamento scontato della narrazione. E invece no. Mi colpiscono soprattutto i passi nei quali l’autrice si riconosce e dipinge attraverso il distacco dalle radici, con scelta antiretorica e priva di consolazione. Nei racconti familiari siamo così abituati a sottolineare somiglianze fisiche e caratteriali, dettagli riaffioranti inaspettatamente di fronte allo specchio o in una vecchia fotografia. Sono ganci con il passato che andiamo a cercare, appigli per salvarci dal dolore e dalla morte. Sono i dialoghi che si inscenano durante i funerali, le frasi di circostanza che intontiscono e assolvono. E in mezzo a tratti somatici e aneddoti idealizziamo insegnamenti, etiche spicciole, ridisegniamo il passato a forma di nido caldo, perché ci fa comodo, ci riporta ad una dimensione bambina edulcorata che, per un po’, assorbe l’angoscia della perdita. Fino a nuovo volo, quello vero, il nostro. Per chi decide di crescere e volare, s’intende.

La Ernaux non si concede nessun meccanismo di questo tipo, è spietata, ed è incredibile come la scarnificazione dei propri sentimenti – secchi, dolci, severi – prenda la forma di una riflessione sulla lingua:

Nello scrivere, una via stretta tra la riabilitazione di un modo di vivere considerato come inferiore e la denuncia dell’alienazione che lo accompagna. Poiché quella maniera di vivere era la nostra, persino felice, ma anche umiliata dalle barriere della nostra condizione (consapevolezza che “da noi non è abbastanza come si deve”), vorrei dirne allo stesso tempo la felicità e l’alienazione. E invece, impressione di volteggiare da una sponda all’altra di questa contraddizione.

A me sembra un atto di estremo coraggio, non ingannarsi con le parole neppure quando ci è concesso, e mi sembra sia questo il senso più profondo del vivere: non ingannare, non ingannarsi. Maledettamente complesso, doloroso a volte ma con punte di bellezza estrema. Bello e in un certo senso anche semplice.

 

Info:

Annie Ernaux, Il posto, ed. Orma

 

 

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