Peter Bichsel, Anna e l’ortografia

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immagine da qui

 

Di fronte a me, sulla parete, sta appeso un foglietto con la frase: “Resta senpre alegro, Tua Anna”. Viene da Karlsruhe. Anni fa, avevo tenuto lì una lettura per bambini. Durante una pausa dovevano mettere per iscritto delle domante cui avrei risposto.
“Quanto tempo impiega per scrivere un racconto?” “Come fa a scegliere i nomi?” “Quanti libri ha scritto?” Non sono domande stupide. Non esistono domande stupide. Stupide sono solo alcune risposte. Il foglietto di Anna però, era diverso dagli altri. Prima aveva tirato delle righe a mano, tutte storte e poi, a fatica, ci aveva scritto sopra delle lettere; nessuna domanda, solo un augurio: “Resta sempre alegro, Tua Anna”.
Sono già passati vent’anni e Anna (che non ho mai visto ma di cui conservo il foglietto) deve averne ventisette. Chissà se scrive ancora, se continua a fissare parole su piccoli pezzi di carta. Perché credo che avesse talento; era in grado, con qualche lettera tremolante disposta su una riga sbilenca, di descrivere il mondo; la gioia e il dolore. E aveva il coraggio di farlo. Ho paura che nel frattempo questo coraggio l’abbia abbandonata, come è successo a tanti altri che un tempo si divertivano a creare come per magia dei linguaggi con pochissime parole.
Quella volta tentai di rispondere alla domanda di Anna – perché in fondo di questo is trattava, di una domanda – ma ero impacciato, balbettavo; così promisi che da quel momento in poi avrei sempre scritto la parola “allegro” con una “l” sola. Se ho mantenuto la promessa? Può darsi che da allora non abbia più pronunciato quella parola.
La storia di Anna, che scriveva con tanta dolcezza “alegro” con una sola “l”, mi è tornata in mente di recente, quando, per cso, ho incontrato una signora, una professoressa di economia politica, La prima cosa che mi ha detto non appena ha saputo che sono uno scrittore, è stata che i suoi studenti non conoscono la punteggiatura e che deve continuamente correggere le virgole.
Mi sono sentito un po’ offeso perché uno scrittore non è esattamente uno che conosce la punteggiatura. L’ho imparato dai miei compagni di osteria. Sono fieri di me perché credono che io padroneggi l’ortografia, perché poi si chiama così?* Si chiama così perché quelli che la conoscono hanno ragione e quelli che non la conoscono, torto. Forse Anna ha studiato economia politica.
Ma ora è tutto a posto. L’ortografia è stata rivista. La Germania, la Svizzera, il Liechtenstein e l’Austria hanno firmato un trattato.
Personalmente sono poco interessato alle nuove regole, come alle vecchie. Se mi fosse interessata l’ortografia, non avrei mai scritto. È fatta apposta per impedire a me e ad Anna di scrivere (anche se io ho continuato). Adesso l’ortografia è più semplice ma è diventata una legge. Chi d’ora in poi sbaglia a scrivere, contravviene ai trattati di stato; non è demenziale?
I trattati di stato si sarebbero potuti firmare già da tempo, ma c’erano problemi con la delegazione tedesca. Doveva ancora conferire con il cancelliere federale.
Così è. L’imperatore, sulla base delle sue conoscenze, regola l’ortografia e Anna, con le sue deliziose righe storte, non ha più scampo. Per non fare più errori smetterà di scrivere. È giusto così; dove andremo a finire se tutti quelli che conoscono l’alfabeto potessero reagire per iscritto a tutte le cose scritte? L’ortografia serve proprio perché non tutti osino chiedere giustizia.
Abolirla, e dare così la possibilità alla professoressa di economia politica di insegnare qualcosa di intelligente anziché regole ortografiche? o renderla tanto difficile da togliere la voglia di apprenderla e indurre il coraggio di tornare a scrivere? Semplificarla, infatti, significa solo attribuirle più importanza. Nessun dubbio: meglio abolirla.
Mi piacerebbe che Anna continuasse a scrivere, perché so che, così facendo, resterà “senpre alegra”.

 

*Nel termine tedesco Rechtschreibung (ortografia) l’elemento “Recht” significa “diritto”, “ragione”

***

Non si dovrebbe fare, non si dovrebbe copiare un racconto per intero. Contravvengo di nuovo – secondo me Peter Bichsel non se la prenderà nemmeno questa volta. Trascrivo il suo racconto per unire con un filo rosso Valentina (e lei sa perché) ad Anna con le sue storie e poi a Sybille con il suo tedesco e molte altre persone intrecciate dentro (sopra, sotto, nonostante, incastrate, che ci amano e poi si pentono e poi scuotono la testa ridendo) questi nostri progetti. Prendo i due lembi del filo e me lo annodo al polso, perché sono coinvolta anche io. In questi giorni sta insieme tutto, tutto quanto, tutto quello che è importante. E in più, ora mi è definitivamente chiaro che Peter Bichsel è un bambino cattivo scartato ai casting.

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