La grande cancellatura al Portello, reazioni e domande. La risposta di Emilio Isgrò.

È molto bello quando un post che scrivo accende nella testa di una persona una o più domande, credo sia questo il motivo per cui pubblico in rete. Il pezzo Emilio Isgrò, Grande Cancellatura per Giovanni Testori ha generato un dialogo con Luca Vitali, che è iniziato nei commenti ed è proseguito via e-mail, coinvolgendo nientemeno che l’Artista. Luca ha chiesto al Maestro:

(…) l’altro giorno ho visto la scultura del Maestro per Testori al nuovo Portello. Poiché l’area mi pare quanto di meno testoriano si possa immaginare, mi chiedevo quale sia il la sua Einstellung verso il progetto urbanistico, ovvero il suo stato d’animo (se come per la Costituzione, per intenderci) quando l’ha vista inserita nel contesto.

Ecco la risposta di Emilio Isgrò, rapido nel riscontro e generosissimo nei contenuti:

Gentile Luca Vitali,

la sua domanda, in verità, se la sono posta anche altri: perché Isgrò, le cui scelte artistiche e culturali sono sempre state apparentemente inconciliabili con quelle di Testori, ha deciso di dedicare un’opera imponente come la “Grande cancellatura” del Portello proprio a Testori. In realtà, l’autore del “Ponte della Ghisolfa” e io siamo stati amici per tanti anni e, pur riconoscendo entrambi la nostra differenza di vedute su molte cose dell’arte e della vita, convergevamo almeno su un punto: la necessità di un’arte che rispecchiasse l’autenticità umana in tutte le sue contraddizioni e in tutte le sue asprezze.
Aggiungo che un rapporto del genere lo ebbi anche con Pasolini, del quale non potevo considerarmi certamente amico, e che tuttavia, in più di un’occasione, manifestò anche in pubblico il suo apprezzamento per certe mie scelte artistiche “di rottura” formalmente dissimili dalle sue.
E’ proprio questa attitudine a penetrare le ragioni (e i linguaggi) degli altri che mi fece guardare sempre con diffidenza alle avanguardie artistiche e culturali della mia giovinezza, a cominciare dal Gruppo 63, con il quale non cercai mai nessun rapporto proprio per la sua faziosità a volte alimentata da professori destinati alle baronie universitarie.
Tutto questo, naturalmente, mentre io stesso venivo considerato di fatto un artista d’avanguardia, paradossalmente il più “estremista” di tutti. Succede anche questo.
Certo è, per tornare a Testori, che io lo seguii specialmente per il suo teatro, quando Franco Parenti portava in scena al vecchio Salone Pier Lombardo testi coinvolgenti come “Ambleto” o “Macbetto”, assolutamente non in linea con il teatro d’immagine o di gesto di quel periodo. Né posso dimenticare quanto lui amò la mia “Orestea di Gibellina” e le mie stesse cancellature, così distanti dai suoi interessi immediati di intellettuale e di artista.
Quanto alla piazza di Gino Valle, infine, ho cercato di inserirmi in quello spazio maestoso, evidentemente non più testoriano, proprio per riproporre con il mio lavoro una traccia di quel che un tempo era stato e ora non poteva più essere. Come un riecheggiare di voci non più recuperabili in un mondo radicalmente cambiato.
Questo significa la mia opera creata per Testori; e sono certo che lo stesso Testori, lontano da Valle non meno che da me, ne sarebbe felice.

Con la più viva cordialità,
Emilio Isgrò

Risposta ricca di spessore umano oltre che artistico, io trovo, confermato anche dal fatto che abbiamo avuto il permesso di condividere qui questo contributo. Non aggiungo altro, non ce n’è bisogno.

Info:

> Archivio Emilio Isgrò

 

 

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