Lingua batte Madre?

La donna di oggi ci porta salmone crudo su daikon grattuggiato. Giochiamo a fare i giapponesi, è un vizio. Anche lei gioca con noi in una finzione smascherata: è cinese, quasi tutto il sushi milanese è cinese. Anche il salmone gioca ad essere un cibo leggero e digeribile, meglio non interrogarsi sui metodi di allevamento e conservazione, sull’igiene del cuoco. È buono, andiamo spesso lì, mai avuto problemi. Ci nutriamo a riso e contraddizioni, prendendoci le nostre responsabilità.
Meglio non chiedersi, a volte, quale sia la scelta più corretta. Corretta rispetto a quali parametri? Decidere per “il meglio” è difficile quando ci si allena costantemente a fare tre passi indietro e guardare da un orizzonte ampio, che comprenda anche le visioni altrui e non solo le proprie convinzioni. O i propri sentimenti, che incasinano sempre tutto.
Prendiamo questa ragazza, ad esempio. Guarda nostra figlia sbranare i temaki e un po’ si commuove. Ci racconta di avere due figli di tre e cinque anni, nati in Italia e ora in Cina. Va a trovarli una volta all’anno, per un mese – ci dice giustificandosi di fronte alla nostra meraviglia. Meraviglia mista a imbarazzo e giudizio, evidentemente, per quanto cerchiamo di dissimulare. Dice: Sono là per imparare bene il cinese… È importante impararlo da piccoli, recuperarlo in un secondo tempo è difficile. Impensabile – discorso implicito – far crescere i bambini come totalmente italiani.
Ci guardiamo, c’è un abisso non detto dentro quell’ “è importante”. Sospira, mentre la settenne al tavolo lotta per rompere a morsi l’alga elastica. Dove sta l’importanza? Non perdere le radici, la cultura? Oppure quella scelta è data da un’attenta analisi di mercato, che vuole vincenti le persone che pensano globale, che sanno essere cinesi e italiani e anche un po’ giapponesi all’occorrenza?
Emerge un elemento di valore non quantificabile ma enorme: la Lingua. Farsi comprendere, capire il mondo, batte tutto. Batte i confini, batte gli affetti. È una vera arma di sopravvivenza, nella visione di questa ragazza, di quella sopravvivenza che ha a che fare con un pasto garantito al giorno e ribalta le visioni romantiche sulle mammine e sulle Lingue Madri.

Quali sono le mie armi di sopravvivenza? Sono diverse, passano dalla pelle, dalle mani e dal buonumore. Do importanza a parole tridimensionali, sono regali, invecchiano, hanno una consistenza che si arricchisce con il tempo. Si modellano, è un lavoro collettivo. Sopravvivo con gli occhi, con quello che mi alleno a vedere e a restituire. Con gli abbracci ricevuti e dati e che mi fanno sentire viva. Le mani a volte assemblano sillabe italiane e un lontano sentore di un paese idealizzato, con un risultato non troppo diverso dal sushi cinese che mi nutre. Rido consapevole di limiti e contraddizioni e mi impegno – più onestamente possibile – a rispettare e approfondire, a non intossicare. Le mani toccano carte, legno, guance, si sporcano, fanno, ci provano, mentre la testa – e il cuore, con pudore – raccontano altro. Raccontano fiducia, occhi e vicinanza.

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#nutrireilpianetaacaso

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