Non penserai sia facile trattenere l’impronta di un fiore

“Una cosa non esiste fino a quando non l’hai disegnata”, mi ha detto una volta un’illustratrice, citando non so chi.
Non so disegnare, partiamo bene, però ho l’inchiostro, il rullo, la carta di riso e qualche ora domenicale all’ombra. Provo.
L’autunno scorso avevo stampato foglie di alberi differenti su una lunga striscia di questa carta leggera, assorbente. È venuto un bel lavoro pulito durante il quale ho imparato che la foglia più grande e forte può ingannare e lasciare un’impronta sfuggente, mentre un robino insignificante porta con sé sorprese, contorni definiti e superfici piene, compatte. Le foglie hanno carattere. E i fiori?
I fiori – o almeno, i pochi fiori che oggi ho trovato visto che avevano appena tagliato il prato – sono ribelli. Sfuggono all’inchiostro, non si lasciano catturare. Ad usare la forza, si rompono. Ad esser delicati, ti prendono in giro. Troppo inchiostro e si ottengono orrendi bozzetti neri, più simili a scarafaggi che a boccioli. Poco inchiostro e puff, non sono mai esistiti, idiota io che credo di vedere una margherita acciaccata tra le mie dita. Non resta che adularli, i fiori, accontentandosi di provare ad annerire i contorni, il profilo, e accarezzare con cura il foglio pulito che li ricopre come una copertina di bisso nella delicata operazione della stampa. La carta di riso farà il resto, deciderà se accogliere l’inchiostro, quanto, come.
Qui sotto, un assaggio del risultato dei miei esperimenti. Che poi si sono estesi a spighe, edera, foglie di quercia, semplicissima erba.
Mi piace che la forma del fiore si allei con il nero per far immaginare un bianco, un giallo, un verde. Mi piace che l’erba in nero diventi ciò che non è: un filo, una corda, un’onda sinuosa e infine una linea astratta. Amo stare china sul tavolino di sassi cementati, anche se sarebbe più funzionale una superficie liscia. Lo amo perché è vivo, è un condominio di ragnetti minuscoli e altri cosini che mi salgono sulla carta e intraprendono avventure spericolate sulla plastichina dell’inchiostro e io SPATASH credo di averne stampato qualcuno, ma sono troppo piccoli per lasciare traccia in mezzo all’erba, le margherite, le edere.
Dunque stampare non è come disegnare, stampare inganna più che mai. Non scomodiamo il Signor Bruno e la sua insalata, no, semplicemente affrontiamo la realtà. Le cose, ciò che vediamo e non mettiamo in discussione, sono inaffidabili. Buttano lì degli indizi e il nostro cervello fa tutto: ci mette il bianco, il giallo, il verde, quando l’enigma è facile. Ci mette l’immaginazione, quando le linee sono ingarbugliate e complicate e stratificate.
Perché faccio questo? È piacevole, mi rilassa, non ha uno scopo particolare. Ma mentre ho le dita sporche e non so dove andrò a parare, ci sono momenti in cui capisco che una poesia, un’illustrazione stanno lì sospesi, tra il giallo plausibile e gli spazi di immaginazione che il mondo ci concede.
E tutto il mio fare è lì, in equilibrio su quei fili d’erba.

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