Fare il punto grazie ad un’intervista. Questa.

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Che nostalgia delle interviste di Measachair!
Prendo atto che è passato diverso tempo dall’ultima e che si è proprio concluso un ciclo, mentre altre idee cercano il modo di germogliare.

Per una volta  sono stata io a rispondere, in modo articolato, alla domanda: chi sei e cosa fai? Mi ha regalato l’occasione Rossella Gaudenzi, che con pazienza si è presa la briga di leggere anche tra le mie righe sul web, offrendomi più di una sponda per spiegare il percorso fino a qui.

Riporto di seguito un passaggio significativo e, in fondo, indico il link all’intervista completa per i lettori che mi conoscono da poco. Per i vecchi amici, se lo vorranno, sarà un ripasso.

Spenderesti qualche parola per i verbi con i quali ti contraddistingui? Tralasciando l’essere curiosa, visto che l’elemento della curiosità sottende tutta la nostra chiacchierata.

Raccogliere immagini. Il mio primo lavoro è stato in agenzie di graphic design. Anche se avevo un ruolo commerciale e non creativo, ho sempre posto molta attenzione a tutto ciò che concerne il linguaggio visivo, la grafica, l’arte. Penso per immagini, curo per me stessa raccolte iconografiche su temi specifici utilizzando la piattaforma tumblr, la stessa forma dell’haiku è definibile come “fotografia in parole”. E considero la collaborazione con gli illustratori una delle parti più interessanti e divertenti del mio lavoro.

Diramare. Avrai capito che il mio curriculum professionale non è lineare. Ciò comporta due aspetti. Primo, non mi sento mai totalmente preparata su un argomento. In passato questo fatto ha generato in me molta insicurezza e quasi un’afasia emotiva. Secondo, ho la tendenza a sviluppare progetti correlando temi, punti di vista e tecniche espressive apparentemente distanti. Non è semplicissimo comunicare certe mie “visioni”. Bene, ho deciso di rassegnarmi alla superficialità (ma studio di nascosto) ed enfatizzare le caratteristiche più sperimentali. Come? Accogliendo gli altri nei miei percorsi, siano essi illustratori, classi di terza elementare, insegnanti bilingui o adulti che hanno voglia di provare. Tutto questo, oggi e con una certa incertezza a cui ho imparato a voler bene, lo chiamo lavoro.

Domandare. L’esperienza delle interviste di Measachair è stata epifanica. Prima di allora, e senza il filtro del web, non avevo mai avuto il coraggio di far domande significative. Domande vere, quelle che muovono idee e contatti. Non avevo mai avuto la spensieratezza per avvicinare persone e temi che mi interessavano davvero, non avevo chiesto consigli autorevoli o proposto uno dei miei progetti bizzarri. È stato un percorso lungo, che mi ha regalato motivi di riflessione e relazioni umane, mi ha fatto incassare insuccessi senza che crollasse il mondo e mi ha insegnato a propormi meglio. Evviva il web!

Giocare. To play: mettere in scena. Giocare implica il confine non sempre esplicito che delimita uno spazio di libertà. Il buon gioco comporta equilibrio tra leggerezza e controllo: bisogna allenarsi. Faccio parte di quella metà del mondo che pensa che un bel (buon) lavoro si manifesti con grazia proprio tra questi due poli: istinto e consapevolezza. A questo tendo, scegliendo e vivendo, e non attribuisco nessun valore formativo alla sofferenza.

Il resto dell’intervista è su Via dei serpenti.

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