Movimenti sul ghiacciaio

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“È saggio chi dà alla sua esistenza una forma monotona perché così ogni piccola variazione gode del privilegio del miracolo”.

Così è scritto in caratteri gotici nella mia camera d’albergo. Vittima di pregiudizio, il primo giorno di vacanza avevo riso. Se si toglie questo istinto continuo al movimento, anche disordinato e casuale, di me che cosa resta?

Stupida che sono, ad indispettirmi per una sola parola: monotonia.

La frase, che se mi avvicino intravedo il segno di matita tracciato con il righello per scivere le lettere ben dritte (e sospiro, presa dall’istinto di disallineare), è solo un invito ad osservare. Meglio, senza fretta. È affine al mio lavoro con lo strumento degli haiku per gioco, un esercizio per ingrandire gli occhi e tornare ad accorgersi dell’intorno e delle sottili relazioni con l’interno.

Accantono il pregiudizio sull’ordine tirolese, che ha radici politiche ed estetiche e forme leziose di artigianato in feltro, e riconosco una base comune.

Tempo, osservazione, una finestra. Fuori c’è il ghiacciaio, apparentemente immutabile. Intorno a me e a lui accadono nuvole, nebbia, un capriolo, un agnello, gatti feroci, fieno di fiori, la nudità in sauna, gli allevamenti di trota, le notizie dall’Italia e dal mondo, una piccola cascata là, sulla sinistra, un uomo con la barba tuffato in un libro, la faccia da ragazza di mia figlia bambina.

Siamo noi, il ghiacciaio ed io, nella nostra essenza di minerali ed acqua. Noi che ad ogni istante mutiamo.

(Presto ci saranno una data e un luogo per sentirci insieme minerali, acqua, gesti e colori).

 

 

 

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