La poesia a scuola, incontro con Giusi Quarenghi e Giovanna Zoboli alla libreria Tiritera.

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Decidere, volere, partire, cercare, aspettare, chiedere, tornare, ripartire, dimenticare, ascoltare, fidarsi, scegliere.
Trattenere, buttare fuori.
Trovare la propria voce.

Così Giusi Quarenghi sintetizza una parabola orientale che racconta di un Maestro e di un aspirante Poeta. Così noi, pubblico attento di un sabato sera non qualsiasi alla Libreria Tiritera, iniziamo le nostre silenziose riflessioni sul tema Poesia a scuola. Parlano l’autrice Giusi Quarenghi, appunto, e l’editrice Giovanna Zoboli (Topipittori).

Non ho registrato l’incontro, ho preferito prendere appunti come una scolara. Questa pertanto non è una cronaca, ma una traccia di come voci così autorevoli abbiano risuonato in me, legandosi a riflessioni che sto facendo da tempo riguardanti i miei laboratori espressivi e l’uso degli haiku per gioco.

Eccolo lì, il linguaggio poetico. Sta con un piede dentro e un piede fuori dalla scuola.
Da un lato il patrimonio culturale nazionale, che solitamente si subisce magari imparato a memoria per poi riscoprirlo o deriderlo da adulti. È la materia di cui tratta Che dice la pioggerellina di marzo, sono le filastrocche che tuttora vengono proposte alle classi in occasione delle ricorrenze. Retoriche, scontate, piuttosto inutili.
Dall’altro, le parole e gli spazi generatrici di incantamento, mistero, divertimento puro o puro dubbio, somministrate da insegnanti che solo a posteriori riconosceremo come figure che ci hanno segnato.

Emerge che il linguaggio poetico sa essere straordinariamente vicino all’infanzia, il tempo in cui le parole entrano nel bambino una ad una come gocce, distillate e perciò tutte importantissime. La sintesi non solo è apprezzata, ma evoca mondi, perché il bambino è un creazionista: “quello che dico, è”. Bimbo e poeta entrano così in muta relazione, abbracciati dagli spazi bianchi sulla pagina che – tra i vari aspetti – distinguono la poesia da altre forme espressive.

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Giovanna Zoboli ci regala una delle prime poesie di cui ha memoria:

Il bimbo muto (Federico Garcia Lorca)

Il bimbo cerca la sua voce.
(L’aveva il re dei grilli).
In una goccia d’acqua
il bimbo cercava la sua voce.

Non la voglio per parlare,
ci farò un anello
che porterà il mio silenzio
al dito mignolo.
In una goccia d’acqua
il bimbo cercava la sua voce.
(La voce prigioniera, lontano,
si metteva un vestito di grillo).

 

Zoboli non si sofferma troppo, ma non posso fare a meno di notarlo: l’edizione della raccolta di Lorca è bellissima: la copertina, le immagini interne… tutto concorre a richiamare l’attenzione di un bambino, a farlo fermare.

Annoto a margine come spunti (e riutilizzerò nei miei prossimi incontri con alcune classi):

– la poesia in alcuni libri si colloca nello spazio tra testo e immagine: proprio lì, nello spazio vuoto e profondo colmato dall’interpretazione del lettore.

– se la sintesi del linguaggio poetico può essere così vicina al linguaggio bambino, proporre haiku non è idea così balzana. Del resto, la goccia d’acqua di Lorca potrebbe essere rimbalzata da un haiku di Issa:

Questo mondo come goccia di rugiada –
È forse una goccia di rugiada,
Eppure – eppure.

Mi sembra tutto così logico e, nella mia esperienza, accettato dai bambini.
Difficile, piuttosto, è riportare gli adulti al livello della parola magica, parola-casa direbbe Giusi Quarenghi, parola contenitore di mondi alti e bassi, accettabili e inaccettabili.
Perché se qualche passo antiretorico si è fatto negli ultimi anni, tra gli educatori che portano la poesia a scuola resta diffuso un atteggiamento appassionato ma pedagogico. Nel paese dei piani formativi, degli obiettivi didattici e del marketing dei laboratori, occorre definire subito un obiettivo finale, un risultato. Poesia come lavoretto, così gli insegnanti hanno linee guida e i genitori possono capire il lavoro.

Il rischio di provare a fare di ogni bambino un poeta (o di ogni manipolazione di colore un gesto artistico) è sempre in agguato. E invece no. “La poesia non si preoccupa di fare del bene”, dice la Quarenghi, non è una competenza ma una coscienza linguistica. Esercitare/esercitarsi nello spazio della poesia è diventare consapevole del valore delle parole. Stare nelle parole, con tutta la portata e la responsabilità etica presente nell’atto di comunicare.

Comunicare, ecco un altro aspetto. Poesia è relazione. È dire, ma soprattutto ascoltare. È un percorso di consapevolezza linguistica che comincia da un dubbio, da un “non so”, e può portare ad illuminare ciò che non era portato a coscienza, che non si era ancora espresso. La poesia rivela ma, anche, ri-vela: vela di nuovo. Per rispetto, per delicatezza della materia, per cura dell’altro. Ogni adulto che ha a che fare con un bambino dovrebbe tenerne conto.

 

1L’adorabile pennuto che fa cu cu qui a sinistra è la dedica disegnata che l’illustratrice Anais Tonelli ha apposto sabato sera alla mia copia del libro Ascolta. Salmi per voci piccole, ed. Topipittori. È un libro bellissimo e coraggioso, ricchissimo, ma non ne dirò, lasciando a persone più competenti il compito importante di mediare un’opera di questo valore.
Questo non è un blog di recensioni o di cronaca, qui la letteratura, le immagini e gli incontri si stropicciano, si stipano e si usano con amorevole egoismo in un filo che riporta a me, a quello che mi risuona e si trasformerà a sua volta in linguaggio e relazioni.

Di questo bellissimo sigillo, per esempio, potrei sottolineare la profondità perfetta e misteriosa della conchiglia, le valenze simboliche, sacre, il suono che evoca. Invece no, faccio mio lo sberleffo del pennuto, che immagino con voce acuta e dispettosa. Cu cu – mi dice – raccontandomi di nascondini e spaventi, di slanci e di paure, di movimento e di rifugio.

 

 

 

 

 

 

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