Giro giro tondo. Design for children alla Triennale (tutti i racconti sono un po’ bugiardi)

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Ogni anno la Triennale mischia le carte e gli oggetti del nostro mondo in una continua riorganizzazione tematica tra passato, presente e futuro. In questo periodo l’esposizione ci parla di infanzia. Attraverso le cose, comprendiamo lo sguardo che le persone grandi hanno verso le persone piccole. E comprendiamo anche un po’ noi stessi, perché gli oggetti portano sulla superficie memoria e intenzioni.

C’è Pinocchio ad accogliermi. Forse mi vuole dire che ogni narrazione, attraverso i silenzi e le cernite necessarie, sempre ci dice una bugia. O, almeno, non tutta la verità. Deve essere per questo che esco dalla mostra un poco commossa, molto coinvolta e parzialmente insoddisfatta.

Ma andiamo con ordine. Il primo impatto è quello con il design ludico. Enorme, gigante. Io mi sento un’Alice con poca meraviglia addosso, ma imputo il tutto alla giornata buia e piovosa che c’è fuori.

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Munari, nella premessa a Cicì Cocò scrive queste parole:

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In una recente rilettura di questo passo mi ero chiesta: cosa comprano oggi gli adulti per ritrovare il ricordo di una infanzia perduta? Forse comprano l’idea di un figlio eternamente felice, creativo, grintoso il giusto, socievole ma non fesso, poeta ma anche precoce imprenditore di se stesso. Un nano in carne ossa, insomma.

Ma torniamo alla mostra. La sezione ARREDI si apre in clima vintage. Delizioso. Lezioso in modo divertente.

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La scuola e l’infanzia del passato sono raccontate in tono rassicurante, ben diversamente dall’installazione di Marras vista in Triennale qualche mese fa (ne avevo scritto qui):

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Nell’interessante sezione GIOCHI, si sceglie di rappresentare soprattutto l’eccellenza, con un ampio spazio più che dovuto – eccolo di nuovo – a Bruno Munari.

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Di fronte alle carte di Munari, guardando in un video la sua composta, affabile e incoraggiante libertà di pensiero, il design riportato alla forma-oggetto mi appare soffocante.

Ecco cosa non mi torna del tutto in questa esposizione. Sento la mancanza di una visione critica sulla società dei consumi che pure ha generato le eccellenze. Nell’eccesso, anche il buon design diventa superfluo. Progettiamo e produciamo quello che serve davvero? o quello che vende? Abbiamo un’attenzione particolare riguardo agli oggetti prodotti per l’infanzia? Esiste un cattivo design? In che contesto sono inseriti i prodotti di qualità, che peso hanno, individuano élite sociali o sono accessibili a tutti?

Eppure eravamo partiti bene. Negli anni Cinquanta e Sessanta, periodo in cui il bambino è individuato come target commerciale, cultura grafica, pubblicità e illustrazione per l’infanzia tendevano a sovrapporsi in alcune zone di sperimentazione. E negli anni Settanta sono parecchi gli esempi di editoria e broadcasting di qualità. Ancora oggi figure rilevanti quali Munari, Lionni, Iela Mari hanno molto da raccontare.

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Ecco perché quando arrivo alla sezione SEGNI mi trovo a casa. Questi materiali sono per me strumenti di lavoro e di studio. Ci sono classici, libri ben conosciuti o mai visti, autoproduzioni. Ma caspita, in quante famiglie, in quante biblioteche scolastiche si trovano questi libri?

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Proseguendo, la faccenda si fa personale.

Nella bacheca degli STRUMENTI dominano penne e calamai, ma anche questi trattopen anni ottanta hanno il loro fascino d’epoca. Ah quanti ne ho consumati! Ah come sono ancora una mia mania, in altre forme!

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Ma è dalla parte dedicata ai MAESTRI che mi arriva il maggior coinvolgimento. Ad esempio, non pensavo di ricordarmi così nettamente gli strumenti montessoriani usati all’asilo.

Bello il taglio di Monica Guerra, che ha curato questa sezione raccogliendo esempi di pedagogisti famosi ma anche meno noti come Giuseppina Pizzigoni e altre significative proposte molto più recenti.

Dopo tanto glorioso passato (stranoto) in esposizione, elusa una lettura sociale e critica del tema, qui trovo finalmente voci fresche, energia e una spinta verso il futuro.

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In questa sezione non ci sono oggetti di design, eppure le teche raccolgono materiale molto prezioso, che parla di sperimentazione diretta, scuola senza zaino, lentezza e pedagogia della natura. Questa sezione si racconta con sacchetti di stoffa, quaderni, legni e sassi: materiali semplici, affinché il bambino possa osservare e (ri)costruire egli stesso un mondo più vicino alla sua misura e al suo tempo.

Rischio di essere una Pinocchia anche io se come tendenza futura prevedo (auspico?) l’undesign?

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È di nuovo Munari a raccordare tutto. Se non ci fosse (stato) lui!

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INFO:

La Triennale Design for Children
Un articolo descrittivo e completo sulla mostra qui

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