La classe in libreria

Quante attività ospita una libreria? Quanti pensieri? Quanti mondi ci sono tra le pagine di un libro?
Dopo aver introdotto le funzioni di una libreria dal punto di vista culturale e sociale, propongo la lettura di alcuni albi, nazionali e internazionali, e introduco testi poetici di varia natura. Infine, invito i bambini a comporre haiku insieme a me.

Di seguito all’immagine, alcune note dell’attività svolta nel periodo 2016-2017 nelle librerie Tiritera (Milano) e Tutti giù per terra (Monza)

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E ADESSO COSA FACCIO? DEVO SBAGLIARE?

I bambini di terza sono senza filtri e vivacissimi. Qualche volta mi chiamano “Maestra!”, uno l’altro giorno mi ha chiesto se poteva andare in bagno. Amano molto quando faccio chiudere gli occhi per ascoltare gli haiku degli autori classici giapponesi e poi chiedo di descrivermi l’immagine che hanno visualizzato nella loro testa. Ce n’è sempre uno che mi corregge: nel cervello. Litigano per darmi la loro interpretazione, sbuffano se non faccio parlare tutti. A volte ragioniamo di emozioni: “Cosa fai quando ti arrabbi?” “Mordo mia sorella”. Se nel lavoro di gruppo intravedo tensione o esclusioni, leggo qualche rima di rabbia di Tognolini. Non c’entrano con gli haiku, lo so bene, ma un laboratorio espressivo basato sulla poesia è inutile se i bambini pensano che alcuni sentimenti siano innominabili.

Ci rilassiamo, è il momento dei libri con le figure. Spiego che gli illustratori usano spesso il bianco per suggerire un atteggiamento di silenzio, attenzione e ascolto. Mi seguono quasi tutti. Quasi. Aggiungo che la condizione di “fare bianco” è un po’ difficile da ottenere, ma ci si può provare. Poi di nuovo leggo, mostro albi, e in quei crapini nascono associazioni mentali. Tutto si mischia: le nuvole di Santoka, le formiche di Issa, i bianchi di Komagata, i giochi venduti dalla libreria che ci ospita…

Sono pronti per comporre, è il momento del libricino e della biro. Chiedo perché non ci sono matite e gomme, ragioniamo sugli errori. È un momento interessante, alcuni sono sconcertati, altri sollevati, questa mattina un soldatino ha scritto il suo haiku e poi mi ha chiesto: “Adesso cosa devo fare? Devo sbagliare?”

Quelli di terza, che tipi! E le maestre? Mi danno grandi soddisfazioni quelle che si buttano nella mischia, incoraggiano chi fatica con l’italiano senza sottolineare gli errori, incitano al nonsense. Ed eccoci con gran divertimento a leggere e parlare di poesie, un po’ tutte, quelle per aria, quelle di rabbia e anche quelle di Toti Scialoja. A cui i tipetti di questa mattina sarebbero stati simpatici, secondo me.

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CONIGLIETTI&CIOCCOLATTI&BUONNATALE

Concludo gli incontri in libreria – almeno per quest’anno – con la classe quarta più rilassata e affettuosa di sempre (mi hanno abbracciato!).  Questa mattina ero molto rilassata anche io, così tanto da non aver forse documentato fotograficamente a sufficienza l’impegno di tutti i bambini. Non c’è traccia, come ovvio, dei commenti acuti a Stagioni: una vera e propria esegesi stilistica e contenutistica, con sottolineature, associazioni, attenzione ai rimandi interni, definizioni di parole difficili, un fuori programma per mettere in dialogo il libro con un haiku di Issa e, in ultimo, una lettura corale del finale: “Siamo noi!”.
Escono promettendomi di scriverne ancora tanti haiku, ma tanti tanti.
Di questo non dubito, resto solo un po’ in pensiero per l’orsetto.

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DUE CLASSI TERZE, IL BEATBOX, ROVAZZI. E GLI HAIKU, NATURALMENTE.

Prosegue il mio veloce diario degli incontri con le classi, che raccoglie momenti preziosi pieni di scambi, risate, meraviglia, entusiasmi.

Questa mattina era il turno di due terze: bambini ancora pieni di incanto, molto spontanei anche quando riportano il mondo adulto che risuona intorno. E così spesso sono io ad incantarmi davanti ad un bimbo che prova goffamente il beatbox o sentendo un gruppetto che canta Rovazzi.

Ricambio proponendo Faremo una poesia di Chiara Carminati e le Rime di rabbia di Bruno Tognolini (bocche a “O” e sguardo preoccupato verso l’insegnante quando sentono la parola bastardo) , perché sia ben chiaro che poesia è materia viva, accessibile, e parla di loro. Non c’è niente che non si possa dire, bisogna solo imparare ad usare le parole in tutte le sfaccettature. Che ci vuole? È possibile esercitarsi e con divertimento, con gli haiku per esempio.

Commovente il coinvolgimento di tutti, la voglia di godersi il momento e il piacere di comporre insieme ai compagni.

E attenti a chi si veste troppo colorato, potrebbe essere un lupo!

A CHE PENSI?

Si conclude oggi l’intenso sbirciare nelle teste dei bambini di quarta di un’Istituto scolastico milanese, ospiti della libreria Tiritera. È stata un’esperienza molto significativa, un’immersione totale e la prova di uno strumento – la forma dell’haiku – in un contesto contemporaneamente ludico e scolastico.

Quanto influiscono l’ambiente, gli spazi, il colore in un laboratorio espressivo? Quanto mi sono alleati gli altri adulti nella stanza? Come sono i bambini quando si dà loro diritto di parola? Che sguardi incrocio: si illuminano o si riempiono di punti interrogativi? Che vissuti sbircio: le porte sono aperte o chiuse? Che idea hanno della produzione culturale a loro destinata: la conoscono, la scelgono, la subiscono?

Le parole possono essere un gioco? Scorrono fluide o sono conquistate una per una con una certa fatica? I ragazzini danno valore ai propri mondi interiori? Sanno di avere il diritto di trovare tempi e luoghi per imparare ad esprimerli?

Ma insomma, questa è poesia?

Negli scorci visionari, negli accostamenti arditi, nei nonsense e in certi accenti drammatici io la vedo.

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La vedo quando viene meno l’iper-controllo a cui porta il contesto scolastico.

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La riconosco dopo che si sono ascoltati insieme gli haiku giapponesi, assaporati ad occhi chiusi, e si sono apprezzati con occhi apertissimi quei bizzarri albi illustrati…

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Mi è evidente quando compare incastrata nei tre versi, in forma di canzone salvifica.

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Uno degli albi letti oggi è stato A che pensi? Una domanda che apre una relazione, un dialogo. Anche il dialogo con se stessi, come è stato riconosciuto e condiviso.

 

CONQUISTARE

I conti del linguaggio non tornano, a volte.
In metrica le sillabe si sottomettono al ritmo, per esempio, e bisogna ragionare su parole difficili come sinalefe e dialefe. Oppure, nello spazio di libertà creato in un laboratorio di poesia, l’ortografia cede il passo alla foga. Non parliamo di quando nella finestra della mente si vede un’immagine, la lingua la tradurrebbe con agilità in parole amiche e invece la scuola ha tutto un altro suono: l’italiano, ricchissimo ma per nulla facile.

Riporto il lavoro dei ragazzini di questa mattina e lo faccio senza un filo di distacco. Li conosco bene, loro, e so con quanta fatica molti stanno conquistando il vocabolario italiano. Nelle due classi che ho incontrato c’era tutto il mondo: il Giappone, la Cina milanesissima e quella cinesissima, il Brasile, l’Egitto, le Filippine, il Bangladesh, lo Sri Lanka, il Perù, la Moldavia… ho dimenticato qualche angolo di mondo? Forse sì. Ah, ecco, c’erano anche le fate, Fantasilandia è sempre ben rappresentata.

Il mio componimento preferito è di Marina, che è arrivata dall’Egitto quattro mesi fa ed è seguita da un’insegnante di sostegno. Una bambina attentissima, che ha fatto tanti progressi.

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La bambina giapponese si è sentita molto coinvolta e ha utilizzato anche gli ideogrammi.

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Daniel, italianissimo, è stato affascinato dai caratteri trovati su A cloud di Komagata, che ha provato a copiare.

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La bambina brasiliana ha in testa un mondo colorato e, seppure all’inizio della sua avventura in Italia, non si ferma davanti agli ostacoli. L’ho invitata a comporre nella sua lingua. Ecco:

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Questi bambini affrontano un grande lavoro. Da un lato, la gestione di due sistemi linguistici; dall’altro la conquista del diritto di parola, oltre che di nozione/istruzione. Quest’ultimo è un diritto non secondario che riguarda tutti, italiofoni o bilingui, e comporta lo sviluppo del pensiero individuale per diventare adulti propositivi in futuro. Se è vero che siamo di fronte alle generazioni del crescere nonostante, mi auguro che sulla strada di questi germogli ci siano adulti pronti al rispetto e all’ascolto, non esclusivamente orientati alla normalizzazione linguistica e all’assolvimento minimo dei programmi ministeriali. I laboratori espressivi basati sulla poesia sono piccoli deragliamenti e arricchiranno le esperienze di questi bambini. Come non citare il lavoro preziosissimo e profondo di Chandra Lidia Candiani? Noi oggi certo non abbiamo avuto il tempo di instaurare una relazione articolata, ma forse abbiamo toccato alcuni cuori. Quello di Abigail, per esempio

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Come sempre ho usato gli albi, preziosi alleati per creare un clima avvolgente e parlare di poesia senza dare definizioni da ragioniera. Ai soliti titoli, oggi si sono aggiunti Il regalo della gigantessa e Cose che non vedo dalla mia finestra.
Scelgo sempre libri particolari, rarefatti o bizzarri nella logica e nelle immagini. Molti vengono definiti libri difficili da proporre ai bambini. Spesso invece avviene una piccola magia: qualcosa si accende e la mente si libera, mentre lingua e mani si sciolgono. Non sempre, per essere sinceri: ci sono casi di bimbi iper razionali, che non si sentono comodi nello spazio di una storia o tra le immagini che non si scorgono immediatamente. Le cose che non si vedono dalla propria finestra vanno coltivate con tempo e pazienza. E con letture preziose, anche. Buon lavoro, cari insegnanti, a voi tocca la parte dei maratoneti!

Anche perché loro non vedono l’ora: “ancora, leggine un altro” e non se ne vogliono più andare via

FORMICHE, TRANQUILLEZZA, PIGIAMAPANTI E ELEFANTI FRITTI. EXTRA TRACK: L’ESUBERANZA ME LA GESTISCO IO

Continuo con piacere a registrare queste mie esperienze con le classi e lo faccio in modo sintetico, ma a caldo per non disperdere nemmeno un grammo dell’energia che mi arriva. Questa mattina sono due classi quarte di una scuola milanese, incontrate in due sessioni diverse.

Come faccio spesso, utilizzo gli albi illustrati per portare i bimbi nell’atmosfera rarefatta della poesia. Oggi è stato un libro coreano a farci ragionare sulla natura in città, sul rumore e sul silenzio, su chi siamo noi e cosa siamo in grado di percepire. Non proprio un silent book, perché qualche incomprensibile carattere punzecchia le pagine… ma nessuno di noi si è arreso davanti a questi piccoli, graziosi gap.

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Poi è stata la volta di Issa, di cui ho letto diversi haiku

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e come sempre ho introdotto la regola del 5/7/5 insieme a Marta.

Uso spesso quest’haiku dell’uovo per spiegare cosa significhi laboratorio espressivo: pur guidati da me, i bimbi devono sentirsi liberi di esplorare il linguaggio e sbagliare. Scrivere con la biro, e non con matita e gomma, deve portarli ad accettare errori e imperfezioni, tentativi e riscritture. La poesia non è un guscio perfetto, si può rompere. Dentro cosa c’è? È nutriente?

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Nulla è sacro, dunque, e sono bene accetti in questo contesto i neologismi, i nonsense e gli errori di ortografia, soprattutto di chi si sta conquistando l’italiano parola per parola.
Immersi nella vertigine degli haiku classici, che mettono in rapporto il grande e il piccolo con fulminante efficacia, abbracciamo anche le rime di rabbia di una bimba che ha appena bisticciato con i compagni: lei ha scritto i versi più sinceri tra tutti.

Con la seconda classe, per calmare le esuberanze (parola chiave ogni volta, imparata da BlexBolex), abbiamo letto la storia I giganti e le formiche. Di nuovo: grande/piccolo, natura/uomo, rispetto e tanto, tanto silenzio.

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TUFFARSI NELLE PAROLE

Velocissima traccia dell’ultimo incontro con una classe in libreria. Il periodo è intenso, il tempo è pessimo ed è venerdì sera. Non importa, voglio subito pubblicare i componimenti di questi ragazzini che hanno compreso con grande freschezza quanto l’haiku possa anche essere un piccolo spazio per giocare: una cameretta piena di parole.

Oggi siamo partiti dall’idea di casa, con Le case degli altri bambini.

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Poi un haiku di Shiki

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e infine, per esemplificare lo schema 5/7/5 sillabe, un componimento di Senza ricetta.

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Dunque pronti, tuffatevi che qui è tutto morbido!

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Il mio componimento preferito è il visionario

La ragnatela
è sempre gigantesca
per un coniglio