Non badate a me (progetto inedito)

18920686_1470767886308967_4798539592375318768_n

“Non badate a me” mi ha detto una scritta sul muro. Click. Milano mi parla spesso. Quella volta mi ha detto così:

  • Voi non vi prendete cura di me a sufficienza, invece dovreste!
  • Dai, prestatemi ascolto, volete guardarmi? Sto facendo qualcosa di importante!
  • No, niente di particolare, non badate a me…
  • Non preoccupatevi, sono grande, ce la faccio da solo, per una volta potreste lasciarmi fare?

“Non badate a me” è una bolla di non detto, un’attenzione prestata in modo superficiale, uno spazio tutto da conquistare per crescere, il diritto ad avere segreti. È anche l’esercizio del mio sguardo e del mio linguaggio in relazione ai bambini reali.

Sotto il tag #nonbadateame sono raggruppati testi che somministro in questo spazio virtuale a piccole gocce. Alcuni scatti rubati all’infanzia più prossima e a quella più misteriosa hanno generato parole, forse versi, persino alcune rime.

Non badate a me è anche un progetto-libro che per ora non ha trovato riscontri, ma che mi spiace resti chiuso nel mio pc, e un laboratorio espressivo.

Stai bene?
Siamo amici?
Posso annusarti?
Qual è il tuo posto?
Qual è il tuo ritmo?
Quante persone fanno una folla?
Quanto dura l’estate?
Che impronte lasci?
Quanto pesa una parola?
Che forma ha un segreto?
Vorresti essere invisibile?
Non badate a me.

Non badate a me (Pablo Neruda)

Fra le cose che il mare getta
si cerchino le più disseccate,
zampe violette di gamberi,
testine di pesci morti,
soavi sillabe di legno,
piccoli paesi di perla,
si cerchi ciò che il mare ha sfatto
con inutile insistenza,
ciò che ha rotto e squassato
e abbandonato per noi.

Ci sono petali inanellati,
cotoni della tempesta,
sterili gemme dell’acqua
e ossa gracili d’uccello
che sembrano ancor volare.

Si svuota il mare delle sue scorie,
il vento gioca con gli oggetti,
il sole ogni cosa abbraccia
e il tempo vicino al mare
conta e tocca quanto esiste.

Io conosco tutte le alghe,
gli occhi bianchi della rena,
le piccole mercanzie
delle maree dell’autunno
e, come un gran pellicano,
edifico umidi nidi,
spugne che adorano il vento,
e labbra d’ombra abissale,
ma nulla è più lacerante
dell’indizio di un naufragio:
il dolce legno scomparso
che fu morso dalle onde
e sdegnato dalla morte.

Bisogna cercare cose oscure
in qualche parte della terra,
in riva al silenzio azzurro
o dov’è passato il treno
di una furiosa tempesta:
restano sogni sottili,
monete di tempo e d’acqua,
detriti, celeste cenere,
e l’ebbrezza intrasferibile
di prender parte ai travagli
della spiaggia spopolata.

Annunci